Possibile che il prezzo del petrolio stia calando?

Si sa, l’economia, al pari di ogni attività umana, può essere utilizzata come pedina ulteriore in quella grande partita a scacchi che è il mondo in cui viviamo. Non solo armi, speculazione e guerra multimediale, ma anche investimenti, prezzi e pressioni commerciali sono in grado di tenere in scacco più nazioni contemporaneamente.

Dall’inizio del mese di Dicembre, che ormai ci lasciamo alle spalle, una notizia è passata attraverso i mezzi di informazione senza far troppo rumore e senza destare grande scalpore fra i cittadini occidentali: il prezzo del petrolio si è abbassato e non intende alzarsi ancora per un po’. Almeno questo è quello che sostengono diversi analisti, i quali affermano anche che la ripresa del prezzo del barile non avverrà prima della seconda metà del 2015. Tra questi spicca Anna Kokoreva, la quale pronostica non solo l’andamento futuro del prezzo del greggio, che probabilmente a gennaio scenderà sotto i sessanta dollari al barile, ma individua il gioco di potere che c’è dietro a questo crollo: “L’Arabia Saudita persegue l’obiettivo di emarginare lo shale gas e di rendere non redditizi i relativi progetti degli USA. Fino a quando non raggiungerà questo obiettivo, i prezzi del petrolio non cresceranno. In seguito alla decisione dell’OPEC aumenta la probabilità che i prezzi del petrolio andranno gradualmente scendendo. Si tratta, ovviamente, non della più prossima prospettiva. Si tratterà del periodo di uno o due mesi. A far cadere i prezzi sono anche le riserve di petrolio che stanno aumentando. Adesso l’eccedenza giornaliera del petrolio sul mercato è stimata in 2 milioni di barili. All’inizio del 2015 la domanda dovrà cadere. L’eccedenza diventerà ancora più grande. Penso che in gennaio vedremo il calo fino a 60 dollari al barile”.

Appare chiaro, quindi, come sia cambiata, e di molto, la scacchiera globale dei produttori di petrolio. Infatti, dal 2011 gli Stati Uniti hanno intrapreso una massiccia ricerca di nuovi giacimenti sul proprio territorio. Ma queste scelte economiche, produttive e politiche sono state incoraggiate anche dai nuovi metodi tecnici per accaparrarsi ogni minima goccia d’oro nero, primo fra tutti la fratturazione idraulica, o fracking, la quale permette di estrarre l’olio fossile anche da pozzi esauriti o da terreni duri. Questa tecnica, nata in Pensilvania nel 1860 ma solo ora massicciamente utilizzata, ha permesso agli U.S.A. di salire in cima alla classifica dei maggiori produttori mondiali di petrolio, scalzando ogni rivale e posizionandosi prima. Nel giro di pochi anni, la maggiore superpotenza mondiale spera di diventare energeticamente indipendente, cioè di coprire in proprio tutti i consumi del Paese. Per ora, si accontenta di coprirne l’86%. Il fracking, oltretutto, è una tecnica estrattiva che sta creando non pochi problemi ambientali e, sospettano geologi, vulcanologi e scienziati, potrebbe essere alla base di diversi sismi di bassa e media intensità. Comunque sia, l’aspetto ambientale è tenuto in poco conto dai Paesi produttori. Un’altra ricerca portata avanti dallo zio Sam è quella dello shale gas, anch’esso estratto con sistemi di fratturazione idraulica o meccanica.

Il risultato di questa ascesa statunitense è, come già accennato da Anna Kokoreva, l’aumento della produzione di petrolio, l’aumento delle sue riserve e, quindi, un superamento da parte dell’offerta sulla domanda, facendo così abbassare i prezzi del greggio il quale, oltretutto, viene tenuto al ribasso dagli altri produttori interessati a rendere il petrolio americano meno conveniente da estrarre e da vendere, lasciando invariata la produzione. Uno di questi produttori è l’Arabia Saudita, che nel 2011 era la prima forza produttrice di petrolio, ma tra essi vi è anche la Russia (molto interessata a tenere sotto controllo l’andamento dei prezzi del gas, in forza del suo primato di esportatrice di combustibile in Europa), l’Iran e gli Emirati Arabi Uniti. L’Europa guarda anche al Nord Africa come possibile riserva d’acquisto di petrolio, in quanto i prezzi del greggio sono divenuti convenienti in seguito alla Primavera Araba, la quale ha dato luogo a situazioni di caos e di poco controllo che hanno allontanato diversi Paesi acquirenti di Libia, Algeria, Egitto e Tunisia. Il Vecchio Continente, quindi, guarda a una possibile espansione del mercato in senso verticale, non orizzontale, e, causa anche la crisi con Putin, guarda con meno ottimismo i rapporti energetico-economici con la Russia. Quest’ultima, da parte sua, visti i sospetti europei, si concentra sul mercato asiatico, progettando un super-gasdotto dalla portata di sessanta miliardi di metri cubi e lungo quattromila chilometri, il “power of Siberia”, che fornirà gas e petrolio alla Cina a partire dal 2017. L’avviso politico è chiaro: la Russia ce la farà anche senza l’Europa.

Il miglior Vermeer mai visto è un falso

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Apologia del falsario che si fece beffa dei critici d’arte e del secondo uomo della Germania nazista

«Se vedessi un mio falso davvero buono, ne sarei contento. Prenderei subito il pennello e lo firmerei». Così si esprimeva Pablo Picasso rispondendo a un giornalista. Non si può dire se l’artista più noto dell’Olanda nel suo periodo d’oro, avrebbe trovato l’idea altrettanto suggestiva, ma possiamo affermare con certezza che il Vermeer della prodigiosa Ragazza col turbante ebbe una seconda identità nel periodo più cruciale del XX secolo e che di quadri ne firmò molti.
Maggio 1945: in un’Europa ancora claudicante per gli orrori della guerra, si ricercano coloro ai quali andrà presentato il conto da pagare. Nella lista dei carnefici, complici, responsabili e collaboratori, tra gli altri, finisce in carcere in Olanda un pittore e ritrattista di Amsterdam, accusato di collaborazionismo per aver venduto uno dei tesori artistici nazionali al numero due della Germania nazista: il Reichsmarschall Hermann Göring, avido collezionista e saccheggiatore di opere d’arte.
Il nome dell’imputato è Han Van Meegeren e il tesoro artistico in questione La lavanda dei piedi attribuito all’ormai glorificato Jan Vermeer.

Interrogato, Meegeren si rifiuta di proferir parola, ma di lì a poco la vicenda ritenuta di carattere politico, finirà per assumere dei risvolti inaspettati. Dopo il lungo silenzio che aggravava la sua posizione, l’imputato inveisce contro gli inquirenti apostrofandoli come “un branco di imbecilli” e dichiarando non solo di non aver collaborato col gerarca, ma di avergli rifilato una clamorosa patacca di cui egli stesso era l’autore. Davanti alla divertita miscredenza degli inquirenti si spinge oltre,confessando di essere l’autore di tutti gli altri Vermeer scoperti e autenticati in quegli anni, tra cui la famosissima Cena in Emmaus. Falsario e maestro, Il pittore infatti non si limitò mai a ricopiare dei famosi quadri, bensì li creò ex novo, utilizzando magistralmente la tecnica peculiare di Vermeer.
Venne nominata una commissione d’inchiesta composta da esperti, storici d’arte e chimici, che aiutata dallo stesso falsario confermò dopo uno studio certosino e approfondito la versione dell’imputato. Durante il periodo della guerra,infatti, Meegeren non aveva riprodotto e venduto tele già esistenti ma aveva creato sei Vermeer, “autenticamente falsi”. L’arte di Meegeren si rivelava “una bugia che dice il vero”.
Ma chi era Han van Meegeren?

Pittore scapestrato e irriverente, Formatosi artisticamente a Delft, sotto la guida di un insigne Bartus Korteling, era convinto che l’arte migliore in pittura si fermasse al periodo del seicento olandese. Influenzato da un maestro che non aveva “tempo da perdere con i moderni”, Meegeren rifiutò di cimentarsi nell’arte contemporanea, considerandola scarna dal punto di vista della tecnica e rigettando le nuove forme d’avanguardia che in quel periodo si stavano affermando. Dopo un inizio di carriera promettente, fu giudicato un artista mediocre dalla critica del tempo e mosso da un sentimento di rivalsa, architettò efficacemente la truffa che avrebbe dovuto scardinare l’autorevolezza della sua nemesi: primo fra tutti, il luminare dell’antica pittura olandese Abraham Bredius.
Fu così che Meegeren si procurò delle tele autentiche del seicento, dal quale raschiava il soggetto presente e vi dipingeva sopra utilizzando con perizia magistrale le tecniche e i materiali adottati da Veermer. Successivamente sottoponeva la tela a un processo di invecchiamento per rendere credibile che si trattasse di una tela risalente a tre secoli prima. Il primo frutto della sua creazione fu la Cena in Emmaus.

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(Cena in Emmaus di Han van Meegeren)

Bredius, non solo dichiarò autentico il suo falso ma colmo d’emozione apostrofò nel The Burlinghton Magazine la Cena in Emmaus con le seguenti parole: «[..] ci troviamo davanti a un capolavoro -sono tentato di dire Il capolavoro – di Johannes Vermeer di Delft, un’opera completamente differente da tutte le altre, di cui, tuttavia, ogni pennellata non può non essere attribuita a Vermeer. L’espressione è del resto la caratteristica più stupenda di questo quadro unico. Straordinario è il viso di Cristo [..]In nessun altro quadro del grande maestro troviamo un tale sentimento, una così profonda intelligenza del testo biblico, un sentimento nobile e umano espresso con grandiosa arte».[1]

La scaltrezza di Meegeren fu di sfruttare a proprio vantaggio le congetture storiche in merito alla produzione artistica di Vermeer avanzate da Bredius, il quale si dichiarava convinto che fossero rimaste nell’ombra alcune tele di soggetto religioso, che per qualche ragione non ci erano pervenute. Così, Meegeren servì al critico la conferma che stava cercando: plasmò i suoi quadri a immagine e somiglianza di ciò che avrebbero voluto vedere gli esperti. In effetti, abboccarono.
Sembra che il falsario abbia scommesso, primariamente, sulla psicologia dei soggetti che avrebbe frodato, e sulla presunzione di infallibilità che molto spesso vige come un’aura nei confronti degli esperti.
Meegeren comprese che la sua arma vincente contro Bredius sarebbe stata la lusinga, che lontana dall’ essere adulatoria e servile, doveva apparire giustificata dalle sue lungimiranti intuizioni. Doveva essere la storia a lusingarlo, non già un mediocre pittore desideroso di ottenere il suo beneplacito.
Affinché il suo nemico fosse distrutto, occorreva che prima fosse riconosciuto e riconfermato dinanzi al mondo. E se la storia rimaneva muta sulle sue intuizioni, fu Meegeren a premurarsi di farla parlare. La vicenda sembra suggerirci, infatti, che lungi dall’essere scevri da qualsiasi condizionamento psicologico ed essenzialmente neutrali, nell’accostarci ai dati siamo sempre impregnati di assunzioni teoriche che tendiamo a validare piuttosto che smentire. “Tutto ciò che crediamo, prima o poi, finisce per diventare vero”.

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Quando la notizia si diffuse e scoppiò lo scandalo, se il tribunale non lo aveva messo alla gogna, neanche l’opinione pubblica lo fece. Al contrario la notizia suscitò una forte empatia verso il falsario. Per alcuni fu un truffatore, per molti fu un artista, per tantissimi un genio. Durante il processo accorsero giornalisti da tutto il mondo, un sondaggio lo qualificava come l’uomo più popolare d’Olanda. Ancora oggi il caso Meegeren non fa che suscitare una certa ammirazione. In fondo, siamo tentati di dire che certe bugie sono estremamente seducenti. “Del ver più bella è la menzogna”, ci suggerisce il nostro poeta del barocco Marino.
Le menzogne del resto possono essere straordinariamente fertili. Sanno perfino essere più sincere delle verità. Una sedicente verità è sempre sospettabile di mendacio; ma non si può mentire una menzogna. Smascherato, il falso è indifeso, non può fare altro che dirci tutta la verità sulla sua falsificazione. Bisogna solo imparare a fare un buon uso delle menzogne [2].

La vendetta artistica di Meegeren ne è un buon esempio e sembra essere “la risposta alla considerazione dell’opera d’arte come feticcio reputato in considerazione della firma, del mito dell’artista”[3] . La lavanda dei piedi, infatti, il falso meno riuscito di Meegeren, giudicato sostanzialmente scadente dai critici stessi, venne ugualmente fatto acquistare allo stato olandese, in parte perché non si voleva che partisse per la Germania, in parte perché, anche se scadente, si trattava per i critici di un Vermeer .

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Il falso virtuoso compete con l’originale e per superbia prima che per frode mira a mettere in discussione la competenza degli esperti prestandosi a diventare un antidoto contro la passività verso cui spesso ci trascina un ipse dixit, imponendoci degli interrogativi sui confini labili tra ciò che è arte e ciò che non lo è, e su quale sia il confine di demarcazione. Alcune menzogne, scardinando le nostre sicurezze, ci chiamano in causa tutti. Come scrive Jonathon Keats, giornalista e critico d’arte, “i falsari oscurano i nostri punti ciechi, e quando vengono scoperti – se vengono scoperti – aprono delle crepe nelle percezioni quotidiane e nelle opinioni convenzionali del pubblico. Lo scandalo rimette in discussione la nostra visione del mondo – cioè proprio quello che cerca di fare l’arte migliore”[4].

Plurimum nocens plurimum innocens, la menzogna di Meegeren fu un capolavoro.
N.B Il noto dipinto in apertura è una copia del falsario inglese John Myatt. Ve n’eravate accorti?

 

Francesca Sammaritano

 

[1]- I giorni e le notti, Enciclopedia del crimine- la storia di Han van Meegeren e dei falsi Vermeer

[2]- Repubblica, Se il falso diventa vero

[3] Cfr. Sgarbi Vittorio, Davanti all’immagine

[4]-Nazione indiana, Perché le contraffazioni sono la più grande arte della nostra epoca

The Jackal – Lo Sciacallo

La Trama Louis (notevole Jake Gyllenhaal) è un giovane che lamenta un’istruzione mediocre, ma un grande desiderio di apprendere. Come molti suoi coetanei non riesce a trovare un lavoro, anche mal retribuito, in una società in cui datori esigenti non assumono “un ladro del cazzo!”. Louis ha un gran desiderio di apprendere e tanta voglia di fare. Una notte in auto si ferma incuriosito dalla scena di un incidente stradale, e osserva i disperati tentativi di soccorrere le vittime. Una troupe sopraggiunge, riprende, monta, carica sul server e vende il servizio. Soldi facili, soldi veloci. Louis ha desiderio di apprendere, tanta voglia di fare. Ottiene, tramite “investimenti nel ciclismo”, il denaro per avviare la sua attività giornalistica free-lance, e dopo qualche colpo a vuoto la sorte lo accompagna in un tg locale con un servizio, a quanto pare, di discreto valore. Louis ha desiderio di apprendere, voglia di fare, un talento indubbio nel filmare l’orrore. Procedendo la sua impresa cresce e si sviluppa, migliora nei mezzi e nei metodi, offre prodotti di valore: dalle rapine, alle sparatorie, agli incidenti d’auto: budella e getti ematici di prima qualità. Si impone sul mercato, ed entra in concorrenza con imprese rivali nel settore dei corpi maciullati a colazione. Un gran desiderio di apprendere, tanta voglia di fare, indubbio talento, la giusta ambizione. E l’ambizione è corrisposta dalla capacità organizzativa, al punto da condurre in poco tempo Louis ad orchestrare ad arte i fatti di cronaca di cui si proclama ignaro testimone. Desiderio di apprendere, voglia di fare, un indubbio talento, la giusta ambizione, l’occasione per filmare il servizio che vale una carriera.

La Scena Nonostante nel tempo i suoi filmati aumentino per qualità e valore, Louis sceglie di mantenere un rapporto privilegiato con un tg minore; e al contempo si impegna in ogni modo a costruire un rapporto altrettanto privilegiato con la direttrice, Nina. In un serrato ed elegantemente squallido dialogo a cena con lei, il nostro sciacallo le propone un crescendo di valore per i filmati successivi, e propone che le ricompense siano man mano adeguate alle sue richieste. Dinanzi all’apparente superiorità di Nina, esperta direttrice del tg, e dal basso della sua posizione di casuale arrabbatta-video, egli si presenta per nulla intimorito ed anzi, mediante nozioni e notizie apprese sul web, un’innegabile faccia tosta e nessuna inibizione emotiva o morale, riesce a ribaltare il tavolo delle trattative. Conosce il suo prodotto, ne conosce il valore e le potenzialità, ma soprattutto conosce i bisogni dei suoi interlocutori e sa far leva sulle giuste motivazioni. L’accordo, o il ricatto, si chiude alle condizione da lui prestabilite. Il cinico volto dei media, tutto il suo potere, tutto la sua disponibilità economica, deve capitolare dinanzi al nemico più insidioso, il suo stesso spasmodico bisogno di espandersi e replicarsi, il suo stesso spasmodico terrore di scomparire alla prossima indicizzazione degli ascolti.

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Il Pensiero Un film sul cinismo dei media, tradizionali e informatici, che denuncia la totale mancanza di etica nel vomitare meticolosamente sui telespettatori immagini splatter dei più recenti fatti di cronaca in una turbolenta gara all’inquadratura migliore dell’ultima carneficina stradale, o al piano sequenza più riuscito di vite stroncate dall’ordinaria violenza domestica, razziale, o criminale. Un film che in contro luce denuncia gli stessi telespettatori, complici pasciuti e compiaciuti del degrado dell’informazione di massa, che tutto sommato reclamano a gran voce sempre più violenza, sempre più orrore, sempre più realtà. Nightcrawler potrebbe essere questo genere di film. Chi lo osserva non può non riflettere sul meccanismo perverso del giornalismo contemporaneo, che con ansia e concertazione aggiorna ora dopo ora sulle ultime scottanti rivelazioni intorno al più recente episodio di violenza razziale, omofoba, di genere o magari sull’ultimo bambino accompagnato a scuola e ritrovato strangolato in un torrente. Nightcrawler potrebbe essere questo genere di film, potrebbe rincorrere e di fatto raggiungere questo obiettivo, se fosse un film di un’altra generazione. Il cinismo dei media è stato protagonista della cinematografia del secolo ventesimo. Nel mondo contemporaneo, globalmente interconnesso, la violenza in TV è poco più che la risposta ad una domanda che ha trovato altre fonti di soddisfazione. Un servizio che ritrae i postumi di un incidente stradale, di una sparatoria, o di un attentato terroristico, non è che la versione in alta definizione del caleidoscopio di video, fatti da smartphones che l’hanno ripresa e caricata sul web già da qualche ora. Niente di più dello sforzo dell’azienda tradizionale di rendere la sua offerta qualitativamente superiore, per opporsi alla dispersiva quantità del mercato digitale. Tutto a beneficio del fruitore finale, il nostro simpatico telespettatore che a pranzo e a cena concilia il suo appetito, con le foto cariche di volti sorridenti e occhi speranzosi dell’ultima vittima di uno stupro di gruppo.

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Nightcrawler invece sceglie di raccontare un altro tipo di storia. Ed infatti Nina, il cinico volto dei media, ha soltanto un ruolo secondario, più che altro funzionale al procedere della narrazione. Il centro della vicenda, presente in ogni scena, è Louis, il nostro sciacallo. Questi è una versione insolita e causticamente attuale del self-made-man. Nient’altro che il risultato della sua stessa azione: tutto ciò che sa l’ha appreso tramite oculate ricerche sul web; tutto ciò che fa, l’ha conquistato con la pratica e coi fallimenti. La sua virtù è la capacità di mantenere il sangue freddo e uno sguardo positivo in ogni situazione. Il film è il racconto conciso e scorrevole di un giovane che non ha avuto mai l’occasione nella vita per costruirsi una carriera, e che quando finalmente si presenta quella giusta sa coglierla e sfruttarla a dovere, dando il meglio di sé e correndo i dovuti rischi per garantirsi un futuro in una società che lo ha sempre rifiutato. In fondo Louis è un giovane come tanti che fa del suo meglio per costruirsi uno spazio nel mondo; tutto sommato, un eroe contemporaneo. Sostanzialmente, per tutta la durata del film Jake Gyllenhall non cambia quasi per niente espressione, o tono, e proprio per questo restituisce un personaggio dotato di un insolito spessore, profondo come le ferite dei proiettili, sottile come gli schermi piatti su cui sono trasmessi i suoi filmati. Louis sa sfruttare al meglio il suo talento e persegue scrupolosamente i suoi obiettivi. Nel suo lavoro, però, non si comporta come un semplice opportunista, che sgraffigna le immagini più succulente per venderle al miglior offerente. A suo modo è un artigiano e al contempo un’artista. Ha un’attenzione particolare per l’oggetto delle sue inquadrature; non si limita a tenere in braccio una videocamera, ma si impegna a proporre la prospettiva migliore, la luce più adeguata, e ove necessario manipola leggermente la scena per non perdere l’occasione di restituire un’immagine più nitida. Egli è un giovane volenteroso che si propone su un mercato apparentemente saturo, e con metodi innovativi e un riconosciuto talento artistico trascende i confini del suo ambito vendendo un prodotto innovativo. Allo stesso tempo, l’oggetto dei suoi filmati non è immediatamente un suo prodotto; non è lui la causa originaria dell’orrore catturato nei suoi fotogrammi. Questa, infatti, è la fatalità in carne e ossa, per lo più maciullate, che esplode quotidianamente dalle comuni leggi statistiche, poiché in città trafficate da milioni di veicoli, gli incidenti stradali sono parte del paesaggio urbano, e in sobborghi con migliaia di villette e migliaia di famiglie felici tutte allo stesso modo, rapine, omicidi, cadaveri sono solo episodi caratteristici della comune vita di quartiere.

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Louis si muove per tutto il film sul filo di equilibri sottili. Egli è certamente cinico fruitore delle sofferenze più esplicite che, noncurante del dolore, riprende e rivende grezze ma raffinate; tuttavia sarebbe ingiusto condannare la sua mancanza di empatia, in quanto egli si pone come ingranaggio consapevole di un meccanismo strutturato e consolidato, immerso in un mondo, in cui la sua arte è prodotto rispondente ad una richiesta crescente che il mercato soddisfa comunque, che egli vi partecipi o meno. Inoltre, egli si limita ad offrire una testimonianza, per quanto talvolta invasiva, di tasselli ineluttabili di contemporaneità che, in un discorso scevro da qualsiasi intento melodrammatico, sono comunque parte del senso comune; di contro però egli si rifiuta di vedere la sua stessa curiosità insoddisfatta, laddove il Caso sembra mancare di qualsivoglia stile narrativo e artistico, quindi si sente non solo autorizzato, ma obbligato a coadiuvarne l’azione costruendo ragnatele di significati e rimandi che perseguano il fine intrinseco di ogni opera artistica genuina, suscitare emozione. I poli entro cui il film si insinua sono già posti, come detto, in una cinematografia di altri tempi, che figlia di un pensiero forte, rendeva i film realmente fruibili solo a coloro che per tutto l’arco narrativo erano in grado i esprimere e di sostenere un certo giudizio sulle vicende narrate. Tuttavia, per comprendere fino in fondo la parabola del nostro giovane videoamatore che si trasforma in un professionista acclamato, per seguire senza pregiudizi la storia di un giovane dalle umili origini al successo in una società avversa, è necessario che lo spettatore si mantenga fino alla fine in bilico, a reggere le sorti degli equilibri posti in essere. Esprimere un giudizio sarebbe esiziale per la riuscita della proposta narrativa, e destabilizzerebbe la struttura psicologica dei protagonisti, riducendoli a macchiette; vuote maschere monotematiche che reiterano schemi consolidati di una narrativa invecchiata.

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Nightcrawler, come Louis, si muove in bilico, non solo per necessità contingenti, ma sospinto da un’esigenza interiore. Non discute gli impianti tematici fondamentali ma sceglie di confrontarsi con essi, e tuttavia fin dal principio insinua tare e piccole scosse ai presupposti su cui i giudizi possibili si reggono, e proprio per questo riesce a mettere in discussione proprio quegli impianti tematici. In ciò il film si dimostra in parte nuovo, certamente differente, dai suoi eventuali predecessori, poiché non espone una tesi, o una denuncia, mediante le immagini, ma si limita a presentare figure e scene sulle quale chiunque è libero di costruire tesi e firmare denunce, e tuttavia non ha mai la certezza di poter identificare i colpevoli, ed anzi anche solo di stabilire che vi siano colpe. Nightcrawler è un film che mette in discussione il mondo dell’informazione, anch’esso costitutivamente in bilico in una società di libero mercato tra il dovere di offrire un servizio, e la necessità di vendere un prodotto; tuttavia mettere in discussione non vuol dire denunciare un dato sistema dentro una precostituita grammatica morale, ma proprio il suo opposto: porre al centro dell’attenzione l’oggetto, destrutturandone la sostanzialità apparente e mostrandolo come il dispiegarsi di risvolti complessi in un mosaico la cui prospetticità risulta inemendabile. Nightcrawler è un film della crisi, di molte crisi, morale, economica, individuale, sociale, e della criticità in sé. Proprio per questo non può che rivelarsi un film critico, che cioè accoglie la crisi laddove essa esplode in conflitti e di questi isola le polarità e le pone a sua volta sotto uno sguardo critico. La morale che deve venire a patti con il bisogno imposta dalla situazione economica, l’individuo che per entrare a far parte dell’ordine sociale deve agire per scardinarlo, il canone deontologico dei professionisti o di interi ambiti lavorativi che ogni giorno deve trovare il modo di sopravvivere e imporsi contraddicendo se stesso perpetuandosi: incidenti, scontri, corpi dilaniati, dolore, lacrime, quotidianità infrante; Nightcrawler come un silenziose invasore riprende impassibile, e, dove può, compone ad arte le lamiere e i resti sanguinanti del disastro che accade sempre di nuovo sotto i nostri occhi, proiettato da ogni direzione sugli schermi che illuminano la nostra realtà.

Il Battesimo: un atto semplice, importante e, ai più, sconosciuto

Se lo “sbattezzo” viene definito un atto importante, il Battesimo rimane, ed è, un atto importante. Diamo un’occhiata fugace ai motivi per cui il Battesimo rimane, e rimarrà, un gesto profondo e dalla forte capacità evocativa di un “ulteriore”, insito nella natura umana.

In quanto cattolico praticante, mi sono incuriosito molto dopo la lettura dell’articolo sullo “sbattezzo” di Marcello di Trocchio e mi è sorta in modo spontaneo una domanda: perché c’è l’esigenza di sbattezzarsi? Di per sé l’articolo di Marcello spiega, almeno in superficie, il motivo che porta qualcuno a voler richiedere questa esclusione, questa pseudo-cancellazione, dalla Chiesa Cattolica Romana: il non voler far parte di una congregazione religiosa che non si è scelta consapevolmente. Questa è la prima risposta che viene data a tale domanda, ma ho deciso di approfondire di più la questione, soprattutto dal punto di vista religioso. Mi pare una scelta particolare quella di sbattezzarsi quando non si crede nel Dio cristiano, mi sembra che si dia importanza a ciò che – dal punto di vista di chi non crede -non dovrebbe averne. Dopotutto, per chi non crede, cos’è il Battesimo se non una semplice doccia fredda?

La risposta data poco sopra, oltretutto, non tiene conto del cammino sacramentale che il fedele cristiano è tenuto a percorrere. Infatti, dopo il sacramento del Battesimo, che introduce il nuovo nato nella Chiesa (comunità di fedeli) e lo redime dal peccato originale; dopo la Confessione, che getta le basi per un rapporto più profondo con Dio e la comunità; dopo la Comunione, che, come dice il nome, unisce l’uomo con il Cristo nell’Ecurastia e inizia a completare e integrare il Battesimo, viene la Cresima. Quest’ultimo è l’apice, la chiave di volta, il completamento di quei tre sacramenti che rendono il fedele un cristiano maturo e perfettamente inserito nella comunità: il Battesimo, l’Eucarestia e la Cresima (o Confermazione).

La Cresima, dunque, è la confermazione del Battesimo, è il suo completamento, è l’ultima tappa di quel processo che introduce il cristiano nella Chiesa Cattolica. Appare chiaro, quindi, che la Cresima è il traguardo di un percorso catechistico che nasce col Battesimo e si conclude, appunto, con la Confermazione di quest’ultimo: è la scelta consapevole e volontaria di essere cristiani e di far parte della Chiesa. E’ palese come chi voglia sbattezzarsi, ormai disinteressato alla pratica religiosa cristiana, può limitarsi a non completare tale processo non confermando ciò che i suoi genitori nel loro pieno diritto di educare il proprio figlio hanno deciso. Chiunque non si sbattezzi, o lo faccia, rimane e rimarrà sempre per la Chiesa Cattolica un battezzato, proprio perché questo gesto così profondo di purificazione è un sacramento, quindi un segno istituito da Gesù Cristo che opera nella storia dell’uomo, tangibile della Grazia divina e affidato alla potestà della Chiesa Cattolica. E’ ovvio che, almeno dal punto di vista della Chiesa, tale sacramento non è e non potrà mai essere cancellato con un semplice gesto amministrativo e/o giuridico.

Reputo un non-problema il pagamento di quell’obolo alla Chiesa di appartenenza, istituito in Germania. Infatti, ci si aspetta che chi è stato battezzato sia nato e cresciuto in una famiglia cristiana e, quindi, una famiglia consapevole che dovrà versare questa tassa. Comunque, lo sbattezzo è quell’atto formale che evita al non credente e a chi non vuole pagare quella tassa, di dividersi da quella somma di denaro. A questo punto sembrerà preferibile l’8×1000 dato che è volontario e può non essere dato alla Chiesa Cattolica per forza, anche se si è credenti.

Appare dubbio anche in che modo la Chiesa possa controllare l’adepto se lo battezza quando è ancora molto piccolo, dato che è comunque libero di abbandonare il suo cammino quando vuole, cosa che accade non di rado. Quest’idea sembra nascere da un sentimento generale di sospetto verso la Chiesa ed il suo metodo pedagogico. Probabilmente, anche questo è un non-problema, presentato con un termine particolarmente cacofonico: “pedobattesimo”.

Ma allora, come mai ci si sbattezza o viene definita tale pratica “importante”? Probabilmente questa necessità è frutto di un disinteresse o di un’avversione verso la cultura cristiana. La nostra società è permeata dalle categorie, dall’impostazione e dal modo di pensare “cristiano”, inteso come punto di vista sul mondo. Il nostro stesso modo di pensare è “cristiano”. Dalle categorie di “bene” e di “male”, dal modo in cui si vede il tempo, si vive la morte e si guarda al prossimo. Per coerenza, bisognerebbe allora resettare il proprio cervello, cancellarlo del tutto e ripartire totalmente da zero, in un altro luogo che non sia l’Occidente. Purtroppo ciò non è al momento possibile. Condividendo l’idea (direi che è un dato di fatto) che la religione giudaico-cristiana sia paternalistica, trovo che ritrovare questo paternalismo anche nel biglietto di conferma dell’avvenuto sbattezzo sia leggermente forzato, dato che il termine “Casa del Padre” è sinonimo di “Chiesa Cattolica”, “Chiesa Apostolica Romana”, “Santa Sede” o, ancora, “Santa Madre Chiesa”, indifferentemente usati quando si parla di questa istituzione.

Comunque, questo articolo vuole essere una risposta costruttiva al buon articolo di Marcello Di Trocchio, foriero di notizie non sempre ben diffuse, dato che la pratica dello “sbattezzo”, dopotutto, non è molto conosciuta, forse anche perché superflua per chi non crede, e non contemplata da chi crede. Molte volte i problemi sono non-problemi, e le risposte sono più semplici di quel che sembra. Anche riguardo questo argomento, infine, la situazione è abbastanza non-problematica: si è liberi di ricevere il Battesimo, di non continuare a percorrere il percorso sacramentale del cristiano o di sbattezzarsi. Ovviamente, le “giustificazioni” alle scelte su questo argomento prescindono dal problema tedesco del pagare la Kirchensteuer, ovvero la tassa sul culto religioso. Dopotutto, siamo in tempo di crisi non solo economica, ma anche culturale.

Con la fretta non si sblocca l’Italia

Tutte le perplessità sullo Sblocca Italia, il decreto legge che punta a rilanciare il Paese: è davvero quello che serve? Tra sospetti di incostituzionalità e ombre di corruzione, vi diamo una nostra opinione

Con il trionfo alle elezioni europee di fine maggio, il PD di Matteo Renzi sembrava avere tutte le carte in regola per poter mantenere le promesse annunciate in pompa magna dal premier soltanto tre mesi prima, al momento della sua salita al Colle. Continua a leggere

Non solo Net Neutrality

“All Bits are created equal”, ovvero “ tutti i bit sono stati creati uguali”, è uno degli slogan della protesta “Internet Slowdown”, avvenuta lo scorso 10 settembre. Colossi come Netflix, FourSquare, KickStarter, Mozilla, Reddit, Vimeo e altri 40.000 siti hanno istallato un widget in grado di rallentarli, coprendo il web con le tipiche icone circolari che ruotano, come quando una pagina Web richiede tempo per essere caricata, per simboleggiare i tempi rallentati di download e di streaming a cui gli utenti andranno inevitabilmente incontro se le proposte della Federal Communications Commission (FCC) diventeranno legge. Secondo gli operatori della Rete che hanno scelto di aderire all’Internet Slowdown la proposta di riforma prevederebbe misure e linee di connessione veloce che minacciano l’attuale impianto che garantisce la neutralità della Rete, minacciando (ripetizione) di conseguenza la concorrenza online.

La proposta della Fcc è infatti quella di creare un “Internet a due velocità”. Tale riforma, seppur si realizzasse soltanto negli Usa, avrebbe ovvie ripercussioni globali. In breve, essa consentirebbe alle aziende di siglare accordi “pay-for-priority”, permettendo agli Internet service provider (ISP) di imporre a certe condizioni delle tariffe extra ad aziende come YouTube e Netflix per dar loro la garanzia di poter sempre viaggiare su reti ultra-veloci e fornire download e streaming di qualità agli utenti. Tali proposte hanno subito scatenato le proteste delle Internet companies e la Fcc ha ricevuto addirittura 1,1 milioni di commenti pubblici. Diversi osservatori ritengono che porterebbe alla fine della neutralità in rete, almeno per come è stata concepita fino ad oggi. Secondo tale principio un provider non può bloccare nè limitare la quantità di banda destinata a raggiungere un certo sito Internet rispetto a un altro. In altre parole, quando ci colleghiamo ad internet ognuno di noi deve passare attraverso un provider, una società che fisicamente gestisce il collegamento dalla propria casa ai suoi centri dati, che a loro volta permettono di accedere a qualsiasi sito in ogni parte del mondo. I provider fino a ora si sono comportati in modo neutrale, ovvero trattando i flussi di dati allo stesso modo e senza fare favoritismi. Chi sostiene la neutralità della rete vuole che le cose continuino a funzionare in questo modo, senza discriminazioni.

Per l’Internet Association si tratterebbe di una separazione che porterebbe alla distorsione del mercato con danni all’innovazione, alla concorrenza e in definitiva agli interessi degli utenti della Rete. Si oppongono con forza, oltre ai progettisti di Internet tra cui spiccano Tim Berners-Lee e Vint Cerf, aziende come Google, Microsoft, Ebay e Amazon. Alcuni sostenitori della net neutrality ritengono che a decretare il successo di Internet sia stata proprio la parità nel trattamento dei contenuti. Col monopolio di pochi distributori, i nuovi servizi e le piccole startup avrebbero infatti difficoltà a diventare popolari perché meno competitivi. Questi canali preferenziali potrebbero portare a chiudere il mercato, trasformando Internet in una Tv, con i più forti che riescono ad arrivare agli utenti agevolmente perché pagano di più, mentre chi è debole e non può permettersi di pagare rimane fuori dai giochi.

Non tutti gli esperti sono d’accordo. Bob Kahn, primario inventore di internet, sostiene che la net neutrality è uno slogan dogmatico che bloccherebbe la sperimentazione e l’innovazione della rete. Il termine net neutrality è stato ampiamente strumentalizzato. C’è chi vede nella presa di posizione della Silicon Valley una mera azione di convenienza per evitare gli obblighi di pagare gli esosi traffici dei propri servizi commerciali. Gli operatori delle reti, inoltre, lamentano il costo delle infrastrutture e la necessità di espansione della rete. Insomma, il dibattito è controverso. Il capo della FCC Wheeler ha proposto nuove regole che imporrebbero ai provider di non bloccare o discriminare il traffico verso siti o servizi in particolare. Sarà però consentito ai provider di mettere a disposizione corsie preferenziali a pagamento per i siti. Se questa soluzione sarà confermata, vorrà dire che YouTube potrà pagare i provider per assicurarsi la banda necessaria per i suoi video in streaming.

Rob il Marine, nome in codice “The Shooter”

La figura dell’Eroe nell’epoca della guerra al terrorismo

Siamo nell’era del conflitto ed alcuni, come il premio Nobel per la letteratura del 1999 Günter Grass, sostengono che siamo già dentro la terza guerra mondiale e non ce ne siamo accorti. Non vogliamo certo allarmare i nostri lettori con queste parole, ma forse qualcosa di vero in queste dichiarazioni c’è. Continua a leggere

Perché l’ISIS è la nuova frontiera del terrorismo

Il ventunesimo secolo è stato caratterizzato dallo sviluppo repentino della guerriglia, la quale ha preso il nome di “terrorismo” in seguito all’uso massiccio, diretto o indiretto, dei media internazionali e in seguito a tecniche militari innovative. Da Al-Qaida ad Hamas, fino all’ISIS, la cellula (ormai organismo) terroristica più tecnologica fino ad ora. Che cosa rende, quindi, l’ISIS così “smart” nella diffusione della propria ideologia e dei propri messaggi?

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Un’aria calda e asciutta, un sole luminoso e chiaro, una distesa di fabbriche ed aziende hi-tech: questa è la Silicon Valley, in California. Continua a leggere